Nessuna nuova, buone nuove… e Stendhal…

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Dopo aver affrontato il conteggio dei mesi, dopo aver affrontato le paure e le gioie della gravidanza, il 12/12/12 (a proposito di numeri ricorrenti) è nata mia figlia.

Direi che sull’argomento non ho altro da aggiungere… o meglio, ne avrei di cose da dire, ma ogni volta Stendhal mi ferma.

“Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.” dice il poeta, ed io, da tre mesi a questa parte ho lo stesso problema.

Pensavo fosse influenza, mancata digestione, magari i peperoni della sera precedente, o troppi caffè, chi può dirlo. Invece no, è proprio la sindrome di cui sopra.

Qui entriamo nuovamente in un campo dove le parole valgono poco o niente e, se non si è genitori, lasciano molto il tempo che trovano.
“Mio figlio è questo”, “Mio figlio è quello”… sì, sì, belle parole, ma poca sostanza.
“Voi parlate perché non avete figli”… ribadisco quanto sopra: poca sostanza.

Poi, per miracolo (perché quello è), ti nasce un figlio. E come si può descrivere un neonato? Ci ho pensato un po’, e credo che quello che meglio lo rappresenta sia un essere umano in miniatura, bruttarello anziché no, che urla, piange, defeca, impedisce il sonno, si impossessa della libertà altrui, vuole, chiede, ottiene. E’, a tutti gli effetti, un parassita che succhia linfa vitale dalle persone che se lo ritrovano in casa.

E’ noioso, difficile da impugnare o manipolare in qualsivoglia maniera, maleodorante il più delle volte, emette liquidi di varie natura nessuno dei quali dall’aspetto invitante, richiede sforzi fisici, monetari e mentali ridando, in cambio, urla, calci, puzza.
“Bravo che hai fatto il ruttino”, “Bravo che hai fatto la cacchina”… ma che, scherziamo? Ora devo complimentarmi perché qualcuno espleta in mia presenza le più intime funzioni fisiologiche?
Questo è in realtà un figlio… una grande, enorme, irriverente rottura di palle!

Però, poi, arriva Stendhal… arriva quella sensazione che non ha parole. Lo guardi, o la guardi, e senti come un problema allo stomaco, vertigini, aloni luminosi, colori distorti… è troppo da sopportare.

E’ talmente appagante che toglie la fame, la sete, il dolore, la paura, la noia, la tristezza.
La prima volta che Giorgia si è addormentata sul mio petto avrei voluto morire. Perché non ci può essere gioia più grande, niente di più “incredibilmente?”, “fantasticamente?”, “spaventosamente?”, ognuno scelga il proprio avverbio, non sarà mai sufficiente ad esprimere la grandezza di tale sensazione. Dopo ciò, solo la morte acquista senso, perché alla vita, si risponde con la vita.

Quel parassita ti leva le forze, ma ti dà vita. In una sorta di scambio fra un potente mago e noi mortali. Lui, tuo figlio, ti porta, con la sua presenza, la luce… e tu lo illumini con quella stessa affinché non perda la strada.

E’ il cerchio perfetto. Una sorta di moto perpetuo.

Mi dicono che, crescendo, questo cerchio comincerà a spezzarsi, che comincerà il dolore, che cominceranno i momenti difficoltosi… io rispondo sempre allo stesso modo:

“Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti…”.

Il resto, si vedrà.